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Ne “La luna allo zoo” la crisi è affrontata con ironia

Dopo più di vent’anni la letteratura moderna ci regala un nuovo Jack Frusciante in versione 2.0.

zooAnche lui è uscito dal gruppo. Anche il protagonista de “La luna allo zoo” di D’Addeo” (Il seme bianco) si sente un outsider incapace di sottostare alle convenzioni sociali e in preda al desiderio frenetico di vivere un’esistenza anarchica e diversa rispetto ai desideri borghesi della classe media. Una visione amara ma ironica dell’esistenza, a volte quasi grottesca, come quando racconta della cena di Natale in cui tutte le zie, ignare l’una dell’altra, desiderano andare a letto con lui.

Una storia semplice, ma non per questo scontata che fa breccia nella mente del lettore attirato da situazioni e sentimenti vicini alla vita di ognuno. Chi legge si sente così attratto dai patemi d’animo del giovane, dagli amori in sospeso, dai guai con le donne tanto da dover rileggere qualche passaggio nel tentativo d’immedesimarsi totalmente.

Non c’è la Bologna bene del libro di Brizzi, bensì i quartieri di periferia e i tour alcolici dei locali che fanno da sfondo a un ragazzo il quale si autodistrugge con consapevolezza. “La vita può essere orribile, ma va sempre e comunque avanti”, dice il venticinquenne protagonista che a un certo punto si trova a fare i conti con una serie di perdite: dalle donne al lavoro. E’ consapevole che ognuno di noi ha una zona di comfort dal quale è difficile uscire e, il più, delle volte, questo cuscinetto tra noi e la vita è rappresentato dal dolore. La sofferenza diviene cosi più familiare rispetto alla felicità e, piuttosto che prendere i giorni a morsi, ci si nutre di emozioni negative che offrono una maggiore adrenalina. Solo la scrittura appare salvifica, insieme alla conoscenza di un cane, Luna, in grado di essere più amorevole di qualsiasi altro essere umano.

 

In fondo, basta poco per essere felici. La questione essenziale è solo capire quale sia l’errore in grado di farci riposizionare sulla strada del cambiamento.