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Madama Butterfly e l’Oriente ritrovato (prima parte)

Il 7 dicembre Madama Butterfly torna al Teatro alla Scala, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Alvis Hermanis nella prima versione che Giacomo Puccini scrisse nel 1904 per questo Teatro.

Per meglio ripercorrerne la storia, ricordarne gli interpreti e ricostruirne gli allestimenti, si può visitare la mostra “Madama Butterfly, l’Oriente ritrovato”,  a cura di Vittoria Crespi Morbio, che ripercorre le tappe principali della storia scaligera di Madama Butterfly, documentando quattro allestimenti storici, a partire dal primo, del 1904.

Le scene firmate da Carlo Songa e Vittorio Rota, i cui bozzetti e figurini saranno visibili in mostra, non seppero corrispondere all’entusiasmo di Puccini per un Giappone “autentico”, limitandosi a un orientalismo generico in cui comparivano anche vasi Gallé e addirittura una sedia a dondolo per Cio Cio San. Una messa in scena inadeguata che, probabilmente, contribuì all’esito infelice della prima; in mostra, accanto allo spartito, si potranno però ammirare anche le splendide cartoline disegnate da Metlicovitz per l’occasione.

 

 

 

 

 

 

 

Ci vollero vent’anni per riscattare Butterfly alla Scala nell’allestimento che vedeva Toscanini sul podio e la fervente fantasia di Caramba per le scene e i costumi: l’opera, già acclamata nel mondo, tornava trionfalmente nel Teatro in cui era nata.

Nel 1951 è l’altro nume della direzione d’orchestra, Victor De Sabata, a proporre un nuovo allestimento del capolavoro, affidando scene e costumi a un pittore di fama: Tsuguharu Foujita.

Giapponese trapiantato a Parigi, l’artista affronta la sua unica esperienza teatrale con delicatezza e cura infinite, regalando a Cio Cio San splendidi kimono dipinti a mano.

Divenuto simbolo di Parigi, amico di Modigliani, Apollinaire, Picasso, Derain, Utrillo,  protagonista delle “Année folles” di Pontparnasse, Foujita (Edogama, 1886 – Zurigo, 1968) visse con sfrenato amore un esotismo alla rovescia.

Non è concepibile pensare al pittore Foujita senza tenere conto del legame intercorso con gli amici artisti di Montparnasse, che, all’inizio del XX secolo, iniziarono insieme un nuovo capitolo della storia dell’arte.

Con i suoi nudi e con le sue nature morte, che spesso accolgono la figura umana, pagò il suo tributo all’Occidente che lo aveva ammaliato ed accolto, per recuperare poi, nell’ultima fase della vita, la grande eredità giapponese. Proprio a questo tardo periodo, appartengono scene e costumi per la Madama Butterfly, realizzata appunto nel 1951.

Nella foto, Foujita in centro, con Picasso a sin.(Tsuguharu Foujita)

Tsuguharu Foujita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle illustrazioni qui sopra, particolari della mostra, a cura di Vittoria Crespi Morbio e allestita nel Prada Aoyama Epicenter di Tokyo, nel 2003: un omaggio all’opera di Foujita per il teatro, e, in particolare, all’allestimento del 1951 di Madama Butterfly, per la quale l’artista realizzò non solo figurini e bozzetti di scena, ma anche ogni particolare delle decorazioni e dei colori dei tessuti dei costumi

 

L’ultimo allestimento documentato dalla mostra è quello firmato da Keita Asari per la regia, Ichiro Takada per le scene e Hanae Mori per i costumi, andato in scena nel 1985, con la direzione di Lorin Maazel e più volte ripreso con direttori quali Gavazzeni, Bartoletti, Chung e lo stesso Riccardo Chailly. La messa in scena, limpida ed essenziale, si rifaceva con esemplare eleganza alle formule del teatro tradizionale giapponese.

Genesi dell’opera

1997 – Torre del Lago, a pochi metri da Villa Puccini, dove Giacomo scrisse quell’ opera immortale; minuta, volto ben truccato, sobria camicetta di seta marrone e gonna a pois bianchi e marroni, Kazuko Noda è appena arrivata dal Giappone.

Quasi un giorno di viaggio che non traspare minimamente. Solo una composta sorpresa si affaccia sui lineamenti della bisnipote di Cio Cio San, la sventurata moglie di Pinkerton nota a tutto il mondo come Madama Butterfly, che ora è lì, dove ancora oggi i segni visibili di quell’ eredità, di quella presenza sono moltissimi, dai nomi dei bar ai loro paralumi di carta a forma di ombrello alla geisha.

Nel giugno del ’96 una delegazione di enti pubblici guidati dalla Provincia di Lucca e dall’ associazione Madama Butterfly ha portato a Nagasaki, nel giardino di casa Glover – il mercante scozzese che sposò Tsuru (questo il vero nome di Cio Cio San) – una statua di Puccini.

Nel corso della missione è venuta alla luce la genealogia che da Cio Cio San porta direttamente alla signora Noda, oggi sessantenne.

Thomas Blake Glove e Tsuru

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una storia appassionante, legata a una delle più importanti famiglie del Giappone moderno, che origina dal matrimonio fra Tsuru-Cio Cio San (donna di nobili origini e non geisha come ci racconta la tradizione) e Thomas Blake Glover, nella seconda metà dell’ Ottocento: Glover, stabilitosi nel paese del Sol Levante, fu tra i protagonisti della modernizzazione del Giappone, introducendovi fra l’ altro le ferrovie.

Fu il padre della signora Kazuko Noda il primo ad avviare, verso la fine degli anni Trenta, le ricerche che hanno contraddetto la versione fornita prima dal romanzo di John Luther Long e poi dal dramma teatrale di Velasco al quale si ispirò Puccini per Madama Butterfly.

 

Long, racconta Kazuko Noda, ha narrato la storia di Tsuru-Cio Cio San, modificandone però l’ epilogo. L’ eroina che sarà cantata da Puccini, infatti, si suicidò mentre Tsuru Glover cercò sì di uccidersi, ma non ci riuscì e finì i suoi giorni felicemente, accanto al marito Thomas Glover e ai figli, fino al 1899; da uno di questi, discende il ramo della famiglia che arriva fino alla signora Noda, la quale ha dimostrato che Long seppe della vera storia di Tsuru dalla sorella dello scrittore stesso, sposata con un missionario americano protestante il quale, dopo anni di studi a Nagasaki, fece ritorno a Philadelphia, dove Long ha successivamente scritto il romanzo.

La prima fonte letteraria è riconducibile, comunque, al romanzo di Pierre Loti, Madame Chrysanthème, pubblicato nel dicembre del 1887, una sorta di Diario/Romanzo, sviluppato però su un arco di tempo più dilatato (dal 2 luglio al18 settembre), rispetto al suo reale soggiorno a Nagasaki, avvenuto dall’8 luglio al 12 agosto 1885.

Pierre Loti, il cui vero nome è Julien Viaud (1850-1923), è stato per circa quarant’anni ufficiale di marina, viaggiando ovunque.

Madame Chrysanthème non è un romanzo completamente inventato dall’autore, in quanto il soggetto narrato è riconducibile ad uno scalo che Loti fece a Nagasaki, durante la riparazione della nave Triomphante, nel 1885, durato poco più di un mese e durante il quale lo scrittore ha realmente sposato una giovane ragazza, Okané-San, di circa 18 anni.

Nel corso del romanzo, anche se non è il tema centrale, il lettore può constatare come il mito del marinaio con una donna in ogni porto, poteva tradursi nel XIXmo secolo; attraverso le digressioni di Loti si apprende che è una pratica frequente tra i marinai: sposano una ragazza in cambio di una certa somma di denaro e la sistemano in una casa, per la durata del loro “matrimonio” o soggiorno.

Pierre Loti (a ds.) con Okané-San

 

Pierre Loti nella sua casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A cura di G.G.