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LA SCAPIGLIATURA

Tranquillo Cremona e la Scapigliatura.

Alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, dal 26 febbraio al 5 giugno 2016, viene presentata l’esposizione di un’altra importante corrente artistica italiana dell’Ottocento: la Scapigliatura. Il percorso si articola tra pittura, scultura, letteratura e musica, forme espressive delle quali non si può prescindere, se si desidera approfondire, nella sua completezza, l’atmosfera del periodo che copre il decennio 1860-1870 circa.

Per quanto riguarda le arti figurative, la Scapigliatura, in quanto evoluzione di forme pittoriche, risultò dall’incontro del chiaroscuro lirico di Giuseppe Carnovali, detto il  Piccio, con il colorismo di F. Faruffini. L’interesse del Piccio era rivolto soprattutto ai paesaggi più liricamente suggeriti che descritti, quali, in particolare, quelli degli scenari fluviali del Po e dell’Adda; il Faruffini fu molto vicino alla sensibilità luministica degli Scapigliati e partecipe, negli anni ’60, al clima che generò il movimento.

Dal romanticismo che si sforzava di liberarsi dalle suggestioni della storia e del costume, per aderire alla vita contemporanea, nacque l’arte di Tranquillo Cremona, di Daniele Ranzoni e di Giuseppe Grandi: quel tipico impressionismo lombardo facile e sensualistico al quale, con i già ricordati, appartennero L. Conconi, L. Bazzaro, C. Tallone, il primo Previati, E. Gola.

Negli anni immediatamente seguenti l’Unità d’Italia, esauriti gli ideali risorgimentali, con gli squilibri economici dovuti all’industrializzazione del Paese e la conseguente “questione meridionale”, emergono pesanti problemi sociali.

Nel campo artistico, avvertita l’inadeguatezza dei propri modelli espressivi, si cerca una collocazione culturale più avanzata: alcuni giovani, così, dietro l’impulso del superamento della tradizione, manifestano, insofferenti, desideri di innovazione.

Sotto il nome di Scapigliatura nasce, quindi, un movimento letterario al quale diede vita in Milano un gruppo di scrittori e di artisti, diversi per temperamento, ma concordi nell’avversione al gusto dominante e alla tradizione, unanimi nella volontà di difendere l’autonomia dell’arte, di richiamarla a un più intimo contatto con la vita, a una più essenziale sincerità d’ispirazione, a una più spontanea immediatezza d’espressione.

La denominazione del movimento appare per la prima volta nel romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio del milanese Carlo Righetti, uscito nel 1862. Fervida di atteggiamenti rivoluzionari, la Scapigliatura muove all’attacco dei miti e delle regole costituite nel clima di una Milano che recita già la parte di capitale economica d’Italia e di grande metropoli.

Indubbiamente, sulla protesta degli Scapigliati influì anche il modello della letteratura e del costume francesi, da Les fleurs du mal di C. Baudelaire ai romanzi di G. Flaubert e di E. Zola, dalla bohème degli artisti parigini al dramma personale di G. de Nerval, impiccatosi alla finestra di un tugurio; l’eco delle gazzette e delle riviste parigine, infatti, si percepisce facilmente nei numerosi ma precari organi di stampa cui i giovani intellettuali scapigliati seppero dar vita, trai quali: Il Figaro (1864), diretto da A. BoitoE. Praga, Bernardino Zendrini; La Cronaca Grigia (1860-82), diretta da Arrighi; Lo Scapigliato (1866), diretto da C. Tronconi.

Nelle arti figurative la Scapigliatura prese l’avvio dopo il 1865, rappresentando la più significativa tendenza della pittura lombarda del secondo Ottocento, indispensabile premessa di tutte le successive esperienze sino a G. Previati e al primissimo futurismo. Gli artisti di questo gruppo, sia i pittori che gli scultori, ebbero come tema dominante, nella loro ricerca, gli effetti di luce, ombra e colore, sgranando le figure e diluendone i contorni nell’atmosfera, richiamando suggestioni simili a quelle degli Impressionisti francesi, ma inserite nella vicenda del Realismo italiano e in quelle delle esperienze antiaccademiche della pittura lombarda.

Sono stati citati, tra gli artisti più rappresentativi della Scapigliatura, Tranquillo Cremona (Pavia,1837- Milano,1878) e Daniele Ranzoni (Intra, 1843 – Intra, 1889), le cui esistenze furono segnate dal genio e dalla sregolatezza, nonché da tragici destini.

La pittura di Tranquillo Cremona, deriva stilisticamente da quella di Giovanni Carnovali, detto il Piccio, da cui prende soprattutto la pennellata filamentosa e sporca – tesa più ad evocare che non a rappresentare – e la capacità di concentrare le atmosfere psicologiche.

Profondo conoscitore della pittura veneta del Cinquecento, esordì con  un’iniziale impostazione verista alimentata dai principi di cromatismo e luce della pittura meridionale, prediligendo inizialmente soggetti tipici della pittura storica romantica; in seguito, però, approdò ad un’intensa attività di ritrattista,  cogliendo in profondità i caratteri dei personaggi dipinti; morì precocemente di setticemia il10 giugno del 1878, a Milano, a causa di una intossicazione dovuta alla sua abitudine di impastare i colori direttamente sulla mano e sul braccio. Nello stesso anno veniva organizzata nel ridotto del teatro alla Scala una mostra postuma con la quale si avviava la definitiva consacrazione della sua fama (cfr. recens. di L. Chirtani in Il Corriere della Sera, 28 ott. 1878).

Cremona si formò, come tanti artisti, in Accademie d’Arte, come quelle di Venezia e Milano, ma superòi canoni e le regole apprese in gioventù, riuscendo a creare uno stile personale e innovativo. La formazione di Venezia gli consentì di conoscere e studiare la tradizione colorista dei pittori veneti e fare sua la tecnica del tonalismo.  La sua pittura subì anche l’influenza di Hayez.
Lo stile del Cremona presenta già nella prima fase, anche se in maniera non troppo evidente, la ricerca di una indeterminatezza delle forme e dei contorni. Le forme sono sfocate, i contorni sono cancellati e sono presenti lievi passaggi di colore e di luce che delineano le figure.

L’opera I due cugini, del 1870, è la prima in cui Tranquillo Cremona sperimenta questa sua nuova maniera di dipingere. E’ in questo periodo che si avvicina alla corrente della Scapigliatura Lombarda, della quale diventerà uno dei maggiori rappresentanti.

Tranquillo Cremona I due cugini, 1870

Tranquillo Cremona I due cugini, 1870

Il dipinto, fra i più noti del Cremona, fu eseguito a conclusione di un meritato processo formativo che, passando attraverso l’assimilazione dei modelli veneti cinquecenteschi e il luminismo di Carnovali e Faruffini, giunse ad una pittura sfumata e pastosa, dove la vibrazione di colori e luci rende visivamente e in modo palpabile la vibrazione emotiva del soggetto rappresentato. Può considerarsi il primo di una serie di idilli amorosi che costituiscono la caratteristica di Cremona e l’espressione più tipica della Scapigliatura nell’ambito pittorico.

La melodia appartiene al periodo più fecondo dell’artista, ed è uno dei quadri che più esemplificano la carica romantica e decadente, anima del movimento della Scapigliatura. Tutto si svolge come in un sogno: l’immagine è soffusa e molti elementi vengono appena accennati. Per comprendere la differenza tra movimenti ancora di ispirazione romantica e movimenti realisti, si confronti questo quadro con Il canto dello stornello realizzato da Silvestro Lega solo qualche anno prima (per Lega, cfr. I Macchiaioli – Settembre e Ottobre 2015). Il confronto tra le due immagini è più eloquente di qualsiasi descrizione, poiché rende più che evidente quali notevoli differenze stilistiche possono intercorrere tra due quadri di un medesimo soggetto, ma decisamente agli antipodi per le scelte formali.

S. Lega, Il Canto dello stornello, 1867

S. Lega, Il Canto dello stornello, 1867

Il quadro In ascolto è di fatto il gemello de La melodia, al punto che possono costituire quasi un dittico. Le due immagini non sono complementari solo nella rappresentazione di un momento unico (l’esecuzione di un brano musicale e il suo ascolto), ma rappresentano la stessa atmosfera evanescente e trasognata.

Tranquillo Cremona, La melodia, 1874

Tranquillo Cremona, La melodia, 1874

Tranquillo Cremona, In ascolto, 1874

Tranquillo Cremona, In ascolto, 1874

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tranquillo Cremona, il più caro amico di Daniele Ranzoni, in un’incisione di Luigi Conconi del 1879, Milano

Tranquillo Cremona, il più caro amico di Daniele Ranzoni, in un’incisione di Luigi Conconi del 1879, Milano

Daniele Ranzoni, contrariamente a Cremona, individuò subito nel ritratto il suo tema privilegiato, avviando e approfondendo negli anni la ricerca luministica. Per contro, negli ultimi anni della sua vita, prima di sprofondare nella solitudine e nella malattia, affidò la descrizione di paesaggi amati e familiari – i paesaggi dell’anima – ad un’interpretazione lirica, con una pittura delicata, lieve ed essenziale.

Sono opere, queste, ricche di suggestioni interiori, dalle pennellate brevi e dalle numerose giustapposizioni cromatiche; il paesaggio è più rarefatto e l’atmosfera più avvolgente.

Daniele Ranzoni siede, sulla balaustra, tra i soci del Circolo dell’Armoniaa Intra, un gruppo “scapigliato” che, malgrado il nome augurale, durò soltanto un anno.

Daniele Ranzoni siede, sulla balaustra, tra i soci del Circolo dell’Armoniaa Intra, un gruppo “scapigliato” che, malgrado il nome augurale, durò soltanto un anno.

 

All’età di 25 anni si reca a Milano, dove partecipa al movimento della Scapiglaitura e viene ospitato da Tranquillo Cremona; tra il 1873 e il 1877 frequenta con assiduità i principi Troubetzkoy e, in Inghilterra, la famiglia Somerset, affermandosi come pittore della nobiltà. Amareggiato per il rifiuto dei suoi dipinti presentati all’Annual Exhibition of Works of Living Artists, il pittore ritorna a Milano. Dopo un anno di fervore creativo, in cui l’artista raggiunge, nei suoi lavori, una perfetta sintesi cromatica, giocata su piccole variazioni di tono e su una materia alleggerita, come nella Giovinetta in bianco,  segue un periodo di crisi, culminate nel ricovero in un ospedale psichiatrico. Il mondo del Ranzoni, ormai, non esisteva più. Dal 1882 decise di far ritorno a Intra, suo paese natale, ma anche lì tutto era mutato.

Ritratto fotografico di Daniele Ranzoni negli anni ‘70

Ritratto fotografico di Daniele Ranzoni negli anni ‘70

Ritratto di Ada Troubetzkoy, 1875

Ritratto di Ada Troubetzkoy, 1875

Giovinetta in bianco, datato al periodo successivo al ricovero dell’artista nell’ospedale di Novara nel 1885

Giovinetta in bianco, datato al periodo successivo al ricovero dell’artista nell’ospedale di Novara nel 1885

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 23 Marzo 1885 il Ranzoni si fece ricoverare volontariamente, maniaco e abulico, nell’ospedale psichiatrico di Novara. Espose comunque a Brera un ritratto di due fanciulli anonimi, forse da identificare con quelli di William Morisetti e di Emilio Ambrosini Spinella. La sua salute peggiorava di giorno in giorno e, come racconta il Boccardi, una malinconica notte d’ottobre del’89, il lago era bianco sotto l’inverna sferzante il pittore più cupo che mai; il Tonazzi lo condusse a casa; stava male. Lo mise a letto e tre giorni dopo, il 29 di ottobre del’89, col sigaro tra le labbra e il volto aperto ad un sorriso indefinibile, Daniele Ranzoni era morto.

In ambito letterario, si suole considerare, come padre degli Scapigliati, il milanese Giuseppe Rovani; di ingegno vigoroso e versatile, incline per natura al paradosso, fu continuatore, nelle opere di genere narrativo, della tradizione manzoniana del romanzo storico, ma dominato da esigenze più larghe d’autonomia fantastica. Invece di calarsi nel mondo della sua finzione, il Rovani lo domina dal di fuori, si contrappone a esso, lo soverchia con la sua individualità prepotente. Su questa strada, mirando alla totale liberazione dell’Io e a un lirismo essenziale, procedono gli Scapigliati, seguendo ciascuno la propria indole e il proprio temperamento.

Uno spirito inquieto fu Igino Ugo Tarchetti, morto di tisi a 28 anni, autore di racconti e di liriche che contengono un tessuto acerbo e poco più che accennato di aspirazioni fugaci e mutevoli, d’impressioni continuamente ripiegate verso la confessione sentimentale e l’introspezione. Più ricca, più varia e promettente l’opera di Emilio Praga, che sarebbe stato il vero poeta della Scapigliatura, se una dolorosa involuzione non gli avesse isterilito l’ispirazione e distrutto la vita.

Nel gruppo degli Scapigliati muovono i loro primi passi, in ambito musicale,  anche Arrigo Boito, musicista e poeta dall’ingegno audace, frenato da un’incontentabile disciplina; Giovanni Camerana che pose fine col suicidio a un’esistenza tormentata e pensosa; Alfredo Catalani, Amilcare Ponchielli e Giacomo Puccini.

Senza innestarsi profondamente nella storia della cultura e della vita morale italiane, la Scapigliatura riflette una transizione caratteristica per quanto riguarda lo svolgimento del tema romantico nella vita moderna. Più che di un vero e proprio movimento letterario si tratta di una somma di esperienze individuali che offrono materia di studio non tanto per l’intrinseco valore di ciò che produssero nel campo dell’arte, quanto per la verità d’alcune intuizioni e per la vitalità di alcuni spunti, destinati a ulteriori sviluppi e a più decisi approfondimenti.

A cura di G.G.

 

Bibliografia

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Letteratura

E. Gava, F. Piazzi, Serata all’osteria della Scapigliatura, Milano, 1945; W. Binni, La poetica del Decadentismo italiano, Firenze, 1949; A. Romanò, Il secondo romanticismo lombardo, Milano, 1958; D. Isella, La Scapigliatura letteraria lombarda, Milano, 1966; J. Moestrup, La Scapigliatura. Un capitolo della storia del Risorgimento, Copenaghen, 1966; G. Mariani, Storia della Scapigliatura, Caltanissetta-Roma,1967; L. Bolzoni, M. Tedeschi, Dalla Scapigliatura al Verismo, Bari, 1990.

Arte

S. Pagani, La pittura lombarda della Scapigliatura, Milano, 1955; G. Predaval, Pittura lombarda dal Romanticismo alla Scapigliatura, Milano, 1967; R. Tessari (a cura di), La Scapigliatura. Un’avanguardia artistica nella società preindustriale, Milano, 1975; G. Scarsi, Rapporto tra le arti Ottocento-Novecento, Caltanissetta, 1985.